V Domenica di Quaresima - Anno B

 

Il primo appello che ci viene dal brano evangelico di questa domenica di quaresima, scaturisce dalla richiesta di quei Greci di voler vedere Gesù. Probabilmente costoro erano simpatizzanti del giudaismo e forse in procinto di convertirsi definitivamente. Alcuni esegeti ritengono che si trattasse dei cosiddetti proseliti di secondo grado, i quali osservavano solo alcuni precetti della Legge di Mosè. Teniamo conto che, in ogni caso, si tratta di pagani, non di giudei. È forte, dunque, il contrasto tra l’atteggiamento di ricerca di questi pagani, che domandano di essere presentati a Gesù per ascoltare la sua parola e per dialogare con Lui, e l’atteggiamento incredulo e malizioso dei farisei e degli scribi, che cercano non di vedere e ascoltare, ma di mettere a morte il Signore.

È significativo, in tempo di quaresima, questo riferimento a dei pagani che cercano di accostare il Cristo. Quanto più di loro noi, che siamo già di Cristo, dobbiamo cercare, specialmente in questo tempo forte, di vederlo, anzi di contemplarlo continuamente, di ascoltare quanto più possibile la sua parola e di dialogare con Lui. Forse siamo ancora meno di quei capi religiosi dei giudei, perché ci disinteressiamo totalmente di Lui, pur vivendoci accanto, pur vivendo, cioè, in un paese cristiano, anzi il paese cristiano, cuore del cristianesimo! È terribile questa indifferenza dei giovani e meno giovani. La mentalità consumistica ha veramente appesantito l’animo di tanti, troppi uomini, che non hanno nessuna prospettiva ultraterrena, che non si interrogano o non vogliono dare una risposta alla domanda di tutti gli uomini di tutti i tempi: dove vado? Cosa c’è dopo questa vita terrena? Finisce tutto? L’uomo di oggi sembra non aver più tempo di pensare. È tutto preso dalla materia. Siccome però l’uomo è fatto per Dio, non per la terra, l’interrogativo torna impellente. Allora si cercano risposte che siano un compromesso, risposte accomodanti, spesso rifugiandosi in altre “religioni” o filosofie, o comunque in realtà che offrano esperienze pseudo-mistiche (buddismo, yoga, New Age...).

Un altro punto sul quale dobbiamo riflettere ed esaminarci è la frase di Gesù:  «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (v. 24). Questa frase si riferisce alla passione e morte che Gesù dovrà subire. Il Signore insegna che questa sofferenza è necessaria, e non solo per Lui, che accettandola compirà la volontà del Padre e salverà il mondo, ma anche per tutti gli uomini. Gesù insegna un principio valido per tutti: per portare frutti di vita eterna bisogna passare per un processo simile a quello del chicco di grano gettato nel campo: come questo non porta frutto senza esser prima disfatto dal calore della terra, così Gesù non potrà comunicare la vita soprannaturale al mondo se non dopo aver subito la passione e morte ed essere sceso nel sepolcro. Lo stesso vale per tutti i cristiani, che, come Gesù, devono essere pronti a sacrificare tutto, anche la vita, per il regno dei cieli.

L’ascesi cristiana, basandosi sul vangelo e sull’insegnamento degli apostoli, ha chiamato questa forma di partecipazione spirituale alla sofferenza e alla morte di Gesù, con il nome di “mortificazione”. È questo un termine che stona alle orecchie di molti, oggi come nel passato. Eppure è un termine perfettamente evangelico. Non è crudele né oppressivo. La metafora usata da Gesù si riferisce proprio alla necessità di dare la morte a tutto ciò che in noi è contrario a Dio e a noi stessi. Una eco di ciò la ritroviamo anche in quanto san Paolo scrisse ai cristiani di Colosse, e che si addice anche a noi: «Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra» (Col 3,5). L’apostolo subito dopo aggiunge l’elenco delle parti di noi che appartengono alla terra e che dobbiamo far morire: «fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria» (ivi). E nel versetto successivo cerca di scuotere i colossesi, mettendoli di fronte alla gravità di questi comportamenti, dichiarando che sono «cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono» (v. 6).

A conferma della validità di questa interpretazione della frase di Gesù sul chicco di grano che deve morire per dar frutto, e sulla necessità della mortificazione cristiana, basta citare quanto Gesù stesso aggiunge subito dopo: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,26). Gesù non solo non addolcisce l’affermazione metaforica sulla morte del chicco di grano, ma la spiega e ne svela il senso profondo: la metafora si riferisce proprio alla necessità di passare per la via della sofferenza e anche della morte per conservare l’anima per la vita eterna. È chiaro invece, che chi, per conservare la sua vita temporale rinnega o è indifferente a Cristo e alla sua Parola, perde la vita eterna. Per indicare l’atteggiamento che deve avere il cristiano, Gesù usa un verbo forte: «Chi odia la sua vita la conserverà». Odiare la propria vita va preso non nel senso proprio del termine. Gesù vuol dire che non è giusto amare se stessi più di Dio o fino al punto di preferire il proprio tornaconto o il proprio comodo, piuttosto che seguire i precetti del Signore, che sono precetti di sapienza eterna e di vita.

È significativo che Gesù, per indicare l’ora della sua passione e morte, adoperi il verbo glorificare. Dice infatti: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo». Il Figlio, dunque, giunge alla gloria passando per il dolore, l’umiliazione e la morte. Poi però risorgerà e siederà alla destra del Padre, come lo poté contemplare santo Stefano.

Questo ci insegna che anche noi giungeremo alla gloria del cielo passando per la  via della croce. D’altra parte pensiamo che la mortificazione è stata praticata da tutti i santi. La quaresima è il tempo più adatto, anche se non l’unico, per praticare la “mortificazione”. Mortificare i sensi interni (memoria, fantasia, sentimenti, ecc.) e i sensi esterni (gusto, vista, udito, tatto, ecc.). E non solo in cose che offendono Dio, per le quali c’è il dovere morale di rigettarle, ma anche in cose innocue ma inutili (fumo, televisione, ecc.).

Certo, la natura umana ci spinge alla ricerca del comodo e del piacevole, e ci fa fuggire di fronte a qualsiasi forma di sacrificio. Gesù stesso, prima di subire la passione, soffrì indicibilmente. Ma non si tirò indietro, accettando in pieno la volontà del Padre per nostro amore: «Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome» (vv. 27s). Lasciamoci dunque attirare dal crocifisso (v. 32), e animiamoci a portare, in Lui e con Lui, la nostra croce, per partecipare alla gloria eterna del Cristo risorto!

 

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