Domenica delle Palme - Anno B
9 Aprile 2006
Il primo riferimento utile alla nostra riflessione di oggi è il ricordo, rivissuto con la benedizione delle palme e la processione prima della S. Messa, dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, tra l’accoglienza generale della gente con rami di palme al grido «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Mc 11,9s). Gerusalemme sarà il luogo dove si compiranno i fatti culminanti della vita del Signore, ossia la sua passione, morte, risurrezione, ascensione al Cielo e l’invio dello Spirito Santo.
L’ingresso solenne di Gesù nella città santa, che oggi commemoriamo, indica la definitiva visita di Dio al Suo popolo. È Gesù che compie questa promessa fatta da Dio per mezzo dei profeti. San Matteo (21,5.9), a commento dell’ingresso solenne di Gesù, cita il passo di Sofonia 3,14-15, che invita la santa Gerusalemme ad esultare per la presenza del il Signore (Jahwe) in mezzo a lei. Da notare che Sofonia presenta Dio come il “re d’Israele”. Gesù, entrando trionfalmente a Gerusalemme, viene riconosciuto re e messia. San Marco parla esplicitamente del regno di Davide: «Benedetto il regno del padre nostro Davide, che viene!» (11,10).
Il centro della Liturgia della Parola di oggi è però il racconto della Passione del Signore, narrata quest’anno secondo il vangelo di san Marco. La Passione del Signore è anche il tema principale che ci viene proposto alla meditazione nelle altre parti della S. Messa di questa domenica (cf. Colletta, I e II Lettura).
Il brano evangelico della Passione, descrive i fatti relativi alle ultime ore della vita del Signore. Non è possibile qui esaminare dettagliatamente l’intero brano. Evidenzieremo perciò solo alcune idee.
Anzitutto va notato che dalle prime battute del racconto della Passione, il lettore si rende conto come Gesù fosse ben cosciente di ciò che gli sarebbe accaduto, ossia della sua condanna a morte. In effetti, Gesù era venuto nel mondo per compiere la volontà del Padre celeste. E la volontà di Dio era quella di salvare l’uomo dalla sua condizione di peccatore. Il peccato impediva all’uomo di vedere Dio senza veli e di goderlo poi nell’altra vita. Gesù viene ad annientare il peccato e la morte. Questo pensiero deve spingerci a rivolgere un sincero ringraziamento al Signore per questa sua grande misericordia verso l’umanità ingrata di fronte a tutti i benefici che Lui aveva già compiuto a beneficio dell’uomo in generale e d’Israele in particolare.
Gesù poteva salvarci in una infinità di modi, anche solo con un sospiro, con un semplice atto di amore al Padre. Invece ha scelto il modo più terribile: la morte in croce come malfattore, tra insulti, umiliazioni, bestemmie. San Marco, con il suo racconto della Passione, ci proietta in quei momenti tragici e ci fa rivivere interiormente il mistero della sofferenza salvifica del Crocifisso. Rileggiamo spesso questo racconto e soffermiamoci a considerare la crudeltà e la profonda malizia dell’uomo peccatore.
Ma perché Dio ha voluto tanta sofferenza da parte del Figlio incarnato, se questi poteva salvarci anche solo con un sospiro? La morte di Gesù Messia è stata profetizzata da Isaia (I Lettura; cf. anche il carme del Servo sofferente di Is 52,13-53,13). Gesù stesso più volte nel corso della sua esistenza terrena preannuncia la sua morte di croce. Con essa Dio portava a compimento quanto aveva preannunciato nell’Antico Testamento. In particolare mostrava la realizzazione di quelle prefigurazioni che erano i sacrifici cruenti di animali offerti nel tempio. Questi erano solo una figura del sacrificio perfetto e santo compiuto dal Figlio di Dio, che offrì se stesso per i nostri peccati.
Dio a voluto, inoltre, salvarci mediante la croce di Gesù e le sue terribili sofferenze spirituali e fisiche, perché noi ci rendessimo conto della gravità del peccato. È un’offesa a Dio, tanto grave che, per essere riparata, ha esigito la morte in croce del Figlio di Dio. È stata dunque la maniera più efficace perché noi ci rendessimo conto di ciò. Se ci avesse salvato con un sospiro, avremmo capito e cambiato vita? Molto probabilmente no, visto che rimaniamo ancora attaccati ai nostri peccati, nonstante la morte di Croce di Gesù. Abbiamo il cuore davvero duro. Non ci rendiamo conto della bruttezza e dell’orrore del peccato, e quali conseguenze funeste procuri all’uomo. Se ha procurato la morte del Signore, cosa procurerà a coloro che si chiudono alla grazia di Dio, a coloro che non accettano i richiami alla conversione, ad abbandonare i peccati e a cercare sempre e solo Dio e la sua gloria?
Un accenno va fatto ad un altro grande mistero. Prima di offrirsi in sacrificio supremo al Padre per la nostra salvezza, Gesù compie un gesto grandioso, che testimonia tutto il suo immenso amore per noi: istituisce il sacramento dell’Eucaristia. Proprio mentre noi lo stavamo per crocifiggere, Lui si dona a noi ancora più intimamente: si fa nostro pane, nostro cibo. Vuole entrare in noi, essere assimilato da noi per trasformarci in Lui, per divinizzarci, per riempirci del suo amore divino per renderci felici eternamente, per darci la forza di accogliere i frutti della sua redenzione e vincere definitivamente il peccato e la morte. Ci dona la sua vita nell’Eucaristia per riempirci di vita divina ed elevarci alla pienezza della comunione con Dio.
Quale contrasto! Pur conoscendo tutta la nostra cattiveria e il male che noi gli avremmo fatto di lì a poche ore, Lui si dona a noi interamente, corpo, sangue, anima e divinità, dando a tutti la possibilità di riceverlo in sé, anche ai Giuda traditori!
San Pio da Pietrelcina, con le sue stimmate portate eroicamente per cinquanta anni, è un maestro unico di amore, di compassione e di trasfigurazione nel Cristo crocifisso. E sappiamo benissimo che la sua non fu un’esperienza puramente esteriore. Anzi, come tutti i santi, per la sua profonda umiltà avrebbe voluto vivere nascosto, avrebbe voluto che i segni esteriori delle stimmate scomparissero agli sguardi, spesso, indiscreti e solamente curiosi della gente. Molti hanno baciato le piaghe sanguinanti del santo del Gargano. Ma quanti di questi baci sono stati sinceri e quanti sono stati solo baci di Giuda? Chi torna a peccare dopo aver avuto la grazia di conoscere e capire la straordinaria grazia compiuta da Dio in san Pio, ha una grande responsabilità di fedeltà e di santità. Ma san Pio è un richiamo per tutti gli uomini ad una vita santa. Con la canonizzazione la Chiesa infatti, propone il santo come modello per la Chiesa universale. Il Papa Benedetto XVI ha proposto ancora san Pio come modello a più di un milione di giovani riuniti nell’agosto 2005 a Colonia per la giornata mondiale della gioventù. Che modello straordinario! Anche per i giovani! Anzi, soprattutto per loro, che sono la speranza della Chiesa, loro che sono pieni di energie e di entusiasmo, per affrontare la buona battaglia della fede e per correre spediti per la via della santità.
Chiediamo al Signore la grazia di cogliere il frutto della celebrazione odierna, che ci prepara immediatamente a rivivere il mistero pasquale del Signore.